CERCA

dal nostro archivio

  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
  • dal nostro archivio
PDF Stampa E-mail

PROCESSI VARALLI

L'assassino di Claudio Varalli venne individuato quasi immediatamente.
Tutti i testimoni oculari dichiararono che, in piazza Cavour, un giovane aveva sparato ripetutamente prima dall'interno poi dall'esterno di una Mini Minor, fino a quando la pistola non si era inceppata.
L'auto risultava intestata ad Enrica Missaglia, madre di Antonio Braggion, 22 anni, già noto come militante neofascista anche alla Questura di Milano che qualche mese prima lo aveva fermato con in tasca una pistola.

Pochi minuti dopo la sparatoria il sostituto procuratore Guido Viola passava casualmente in piazza Cavour. Fu lui ad occuparsi d'ufficio dei primi rilievi in attesa dell'arrivo del magistrato di turno, Ottavio Colato.
Questi incaricò la polizia di compiere un controllo immediato sia a casa di Braggion, sia a casa di un altro camerata, riconosciuto nella descrizione di alcuni testimoni oculari.
Si trattava di Marco Vittorio Barone, 20 anni, squadrista, noto per l'abitudine di aizzare contro gli avversari politici un cane dobermann.
In casa di Barone, la polizia trovò le garze utilizzate per medicare una ferita sulla fronte di Braggion, che se ne era andato da pochi minuti. Alle 21.00 del 16 aprile Barone venne arrestato per "testimonianza reticente".
Contro Braggion venne spiccato un mandato di cattura per "omicidio volontario continuato, in parte consumato (Varalli) in parte tentato ( gli altri compagni di Claudio presi di mira), porto d'arma, spari in luogo pubblico".
La sua fotografia venne distribuita agli equipaggi delle volanti e ai posti di frontiera.
Il magistrato Ottavio Colato (che il giorno successivo venne sostituito dal collega Emilio Alessandrini per decisione del Procuratore capo, Giuseppe Micale),  la polizia e i carabinieri dichiararono: "L'arresto di Antonio Braggion è questione di ore".
Resterà latitante fino al 17 dicembre 1978. 
 

IL PROCESSO DI PRIMO GRADO

Il delitto di Claudio Varalli andò in giudizio, in primo grado, il 5 dicembre 1978.
A giudicare fu la II Corte d'Assise di Milano (Presidente: Antonino Cusumano, Pubblico ministero: Luigi De Ruggiero).
Antonio Braggion, ancora latitante, aveva preannunciato  una prossima costituzione.
Il Giudice Istruttore, Ugo Dello Russo, rinviò a giudizio anche l' amico  neofascista di Braggion, Mario Vittorio Barone per favoreggiamento e falsa testimonianza, e 10 compagni di Claudio per lesioni volontarie procurate a Braggion e per il danneggiamento della sua auto.
La Corte dichiarò subito il "non luogo a procedere" per questi reati minori oramai coperti da amnistia. Il Comitato antifascista, il Movimento lavoratori per il socialismo e 4 compagni si costituirono Parte civile. La Corte accettò come tali solo i compagni più vicini a Claudio, in quanto vittime di "tentato omicidio" da parte di Braggion.
Il Giudice istruttore, Dello Russo, e il Pubblico ministero, Alessandrini consegnarono alla corte la precisa convinzione che Antonio Braggion avesse ucciso volontariamente.
Nella requisitoria di Alessandrini si legge: "...(Braggion) non sparò per legittima difesa ma per sfoggiare contro i suoi avversari che gliene avevano dato pretesto, il suo odio di parte ed il suo risentimento."
Dello Russo descrive così le fasi del delitto: "Questi (Braggion) entrava nell'autovettura dalla portiera destra, impugnava un'arma ed esplodeva almeno tre colpi...diretti verso la parte posteriore della macchina, e cioè la piazza Cavour. Usciva, quindi dall'autovettura e si fermava lungo la fiancata destra della stessa, impugnando ancora l'arma con la quale esplodeva alcuni colpi diretti sempre verso la suddetta piazza....Il mortale ferimento di Claudio Varalli avveniva in conseguenza dei colpi esplosi dall'interno."
Braggion inviò alla Corte una lettera nella quale sosteneva di aver sparato perchè "colpito ripetutamente al capo ed al braccio sinistro ed accecato dal sangue che mi colava sugli occhi e dal dolore atroce."
Il Giudice istruttore sconfessò questa ricostruzione dei fatti rilevando che "le emergenze processuali sono tali da far escludere che il Braggion, prima di entrare nell'autovettura, sia stato accerchiato e colpito."
Un perito, il professor Franco Mangili dichiarò che "Claudio Varalli è stato colpito mentre era in posizione di fuga." La distanza di sparo risultò essere compresa fra un minimo di 3,50 metri e 8 metri.
Non vi era alcuna "attualità di pericolo", come rilevò il Pubblico ministero e neppure "proporzione tra l'uso dell'arma e la situazione in corso".
"Braggion avrebbe potuto scappare come i suoi due amici (Barone e Spallone)," affermarono gli inquirenti.
Braggion fece sapere dalla latitanza che non poteva scappare per "ragioni di salute", ma un teste affermò di averlo visto "correre velocemente" per via Turati.
Il giorno 16 dicembre 1978, il Pubblico ministero chiese alla Corte di condannare Antonio Braggion a 16 anni di carcere per il reato di omicidio volontario, negando le attenuanti generiche ma concedendo quella della provocazione e la continuazione dei reati di omicidio e tentato omicidio, detenzione e porto d'arma.
Il giorno dopo, Antonio Braggion si costituì.
Per la prima volta dietro le sbarre nella gabbia degli imputati, nascose il viso con sciarpa e occhiali scuri. Sedeva voltando le spalle al pubblico.
Non potè più essere interrogato perchè la fase dibattimentale del processo era oramai chiusa. Prese la parola, volontariamente, solo prima che la Corte si ritirasse per emettere la sentenza. Disse: " Mi sono costituito dopo parecchio tempo perchè sia possibile per me avere giustizia. Ho sparato in quanto mi trovavo in uno stato di terrore, non sapevo quello che facevo. Ho saputo in seguito ciò che era successo. Non mi sento assolutamente colpevole e mi appello al sentimento di giustizia di ogni singolo giudice."
I genitori di Claudio Varalli lo ascoltarono con gli occhi pieni di lacrime.
La Corte si riunì alle 16.45 del 16 dicembre 1978. Ricomparve alle 2.30 della notte. Nell'aula, dietro le transenne per il pubblico, attendevano la sentenza un centinaio di studenti della scuola di Claudio, l'Istituto tecnico per il Turismo.
Antonio Braggion fu dichiarato colpevole di eccesso colposo in legittima difesa putativa e dei reati continuati di detenzione e porto abusivo di pistola e condannato a 10 anni carcere, di cui 2 condonati.
La Corte ritennne, quindi, che Braggion avesse "ragionevolmente creduto" di trovarsi in pericolo ed avesse per questo "apprestato mezzi eccessivi di difesa."
L'accusa di "tentato omicidio" di altri 4 compagni fu lasciata cadere.
Il Pubblico ministero e i legali di Parte civile presentarono appello contro la sentenza. Lo stesso fecero i legali di Braggion che avevano chiesto l'assoluzione per "legittima difesa".
Antonio Braggion venne scarcerato dopo 8 mesi per "ragioni di salute" (la diagnosi fu di cancro osseo).

IL PROCESSO D'APPELLO

Il processo d'appello si consumò in un solo giorno, il 23 marzo 1981.
Davanti alla Corte d'Assise d'Appello di Milano, Antonio Braggion comparve a piede libero avendo ottenuto la libertà provvisoria per le precarie condizioni di salute.
A 27 anni, laureando in giurisprudenza, si definì un cattolico di destra e negò di aver militato in partiti o organizzazioni vicine al Msi.
In un documento sul neofascismo a Milano diffuso negli anni Settanta si può leggere però:
Antonio Braggion: ottobre '72 - partecipa all'assalto fascista all'istituto Zappa; 15.11.72 - partecipa all'assalto alla Bocconi; gennaio '73 - fa scritte fasciste all'istituto Vittorio Veneto; 12.4.73 - partecipa agli scontri in cui viene ucciso l'agente Marino; 23.2.74 partecipa con altri due fascisti all'aggressione ad un compagno. Viene denunciato per violazione di domicilio, minacce a mano armata, danneggiamento e aggressione.
Il rappresentante dell'accusa Enrico Scarpinato ed i legali di Parte civile, in rappresentanza della famiglia Varalli e dei 4 compagni vicini a Claudio al momento del delitto, ricostruendo la dinamica del delitto, sostennero la "volontarietà omicida" di Antonio Braggion.
Il Procuratore generale Scarpinato nella requisitoria chiese che Braggion venisse condannato per omicidio volontario, tentato omicidio e detenzione d'arma pur dando parere favorevole alla concessione delle attenuanti generiche e alla continuazione tra i reati. Chiese una pena di 13 anni di reclusione, due dei quali da condonarsi.
Gli avvocati difensori insistettero nella richiesta di assoluzione piena per "legittima difesa".
La Corte dopo tre ore di camera di consiglio emise la sentenza: Antonio Braggion venne ritenuto colpevole di eccesso colposo di legittima difesa putativa e di detenzione di armi, come in primo grado, ma in virtù della concessione delle attenuanti generiche la condanna scese a sei anni e 200.000 lire di multa.
Antonio Braggion non era presente alla lettura del verdetto.

LA CASSAZIONE

Il 26 ottobre 1982 la Corte di Cassazione dichiarò prescritto il reato di eccesso colposo di legittima difesa .
La condanna a 3 anni per la detenzione illegale della pistola usata per uccidere Claudio Varalli fu interamente coperta dal condono.
Antonio Braggion, divenuto avvocato, è definitivamente libero.