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BLOG - NEWS
Martedì 03 Aprile 2018 00:00

A PROPOSITO DI UN ASSASSINO

Qualche giorno fa è morto Antonio Braggion, l’assassino di Claudio Varalli nell’aprile 1975, quello che porta anche la responsabilità di avere causato il clima di estrema tensione in cui sono maturate le uccisioni di Giannino Zibecchi a Milano, Rodolfo Boschi a Firenze, Tonino Miccichè a Torino. Senza il primo omicidio non ci sarebbero stati gli altri. Non proprio una responsabilità da niente.
Anche quando muore un essere spregevole come Braggion la morte va accolta con compostezza, ma anche senza ipocrisia. La nostra Associazione dal 1975 lavora per tenere vivo il ricordo di Claudio Varalli e Giannino Zibecchi e conosciamo bene la storia di Braggion e la sua responsabilità. In questi giorni abbiamo letto ricostruzioni di quei fatti di 43 anni fa che definire approssimative è dire poco. Soprattutto perché tendono ad accreditare la tesi della legittima difesa e, cosa ancora più clamorosa, affermano che l’assassino avrebbe espiato la pena per la quale è stato condannato (eccesso colposo di legittima difesa). In entrambi i casi si tratta di affermazioni clamorosamente false.
La pallottola sparata da Braggion ha colpito Varalli alla nuca, quindi mentre stava scappando per mettersi in salvo e non mentre lo aggrediva. L’assassino, invece, dopo una latitanza di tre anni, è stato in galera per soli otto mesi nel 1978, quindi scarcerato per problemi di salute: che però non gli hanno impedito di costruirsi una vita e una carriera di avvocato per 43 anni senza pagare nulla per il suo omicidio.
Ora la sua vicenda umana si è conclusa. Non proviamo dispiacere. Un assassino fascista resta sempre un assassino fascista, anche dopo morto.