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DOCUMENTI - GLI INTERVENTI

LA RAPINA PRIMORDIALE

di Roberto Tumminelli

Articolo pubblicato su Il Giudizio Universale N.12, aprile 2006. Il Capitale, Roma, Editori Riuniti, 1967 (6a edizione) vol.I, Introduzione di Maurice Dobb.
Capitolo ventiquattresimo. La cosiddetta accumulazione originaria, pp.777- 826

 

Marx, Heinrich Karl (Treviri 1818 – Londra 1883)
Filosofo, storico, economista e rivoluzionario
Opere più conosciute: tutte, anche i manoscritti
Opera maggiore: Il Capitale
Opera più famosa: Il Manifesto
Origine ideologica: filosofia hegeliana, J.J.Rousseau, economia classica.
Grande amico: Engels, Friedrich (Barman 1820 – Londra 1895)


Non regge proprio: le robinsonate
Influenza: su tutto il mondo moderno, nel bene e nel male

 

 

Quando c’è un profitto proporzionato il capitale diventa audace. […],
non ci sarà nessun crimine che esso non arrischi, anche pena la forca

(T.J. Dunning, citato da Marx)

 

Nascosta nella settima e ultima sezione del volume primo del Capitale (1867) di Karl Marx si trova una gemma che consente di gustare alcune delle più efficaci pagine di storia economica mai scritte, e anche di cogliere il peccato originale del capitale. Questo prodigio è il capitolo XXIV, quello dedicato alla cosiddetta “accumulazione originaria”.

Marx parte dalla convinzione che per funzionare il sistema della produzione capitalistica ha bisogno di due cose: 1) gli operai che hanno solo la “merce lavoro” da vendere, 2) i possessori dei mezzi di produzione (il capitale), che possono comprare questa merce lavoro e accumulare profitto.

La domanda che si pone Marx è: come ci si è arrivati al “sistema” capitalistico? Come è stato possibile “accumulare capitali” (mezzi di produzione) prima del sistema capitalistico e nello stesso tempo come è avvenuta la progressiva separazione dei lavoratori dalle condizioni del proprio lavoro e della propria esistenza. Occorre presumere una fase storica non capitalistica nella quale si è verificata una accumulazione di capitale “originaria”. Gli economisti classici descrivono l’accumulazione originaria di capitali come un qualcosa di idilliaco. Una specie di big–bang originario dell’economia con partenza di tutti alla pari e poi, da una lato una “élite intelligente e risparmiatrice, e dall’altro degli sciagurati oziosi che sperperano tutto il proprio […]. Così è avvenuto che i primi hanno accumulato ricchezza e gli altri non hanno avuto, all’ultimo, altro da vendere che la propria pelle”. Gli operai di oggi, secondo questa analisi, non sarebbero altro che gli infelici e numerosi eredi di quegli spreconi! Di fatto, i metodi dell’accumulazione originaria sono tutto quello che si vuole fuorché idillici, ”la parte importante è rappresentata dalla conquista, dall’assassinio e dalla rapina”, in una parola, “dalla violenza”.

A partire da questo punto Marx scrive un meraviglioso testo di storia economica sulle trasformazioni sociali avvenute a partire dal 1300 1400, una interpretazione complessa e geniale che capovolge tutto quanto si era creduto fino allora. L’espropriazione dei contadini e la loro espulsione dalle terre costituisce il fondamento di tutto il processo”. In questa lunga fase il lavoratore non è un “operaio semplice”, egli lavora in manifatture o in laboratori dove è assistito dal lavoro di molti suoi famigliari. Possiede abilità specifiche, capacità, qualità che spesso riesce a trasmettere ai propri discendenti. E si trova all’interno di un “sistema”, quello della società pre-capitalistica, che non contempla l’esistenza e la sopravvivenza dell’individuo isolato. A qualsiasi livello sociale. Dall’artigiano all’aristocratico c’è sempre un “gruppo” sociale che in qualche modo protegge, assicura, garantisce il singolo individuo. E’ un sistema di solidarietà, orizzontali e verticali, che viene letteralmente scardinato nel giro di due secoli attraverso un processo di espropriazione e di appropriazione descritto da Marx con limpida efficacia, cura delle fonti, spunti acuti e scintillante sarcasmo.

Tre gli elementi storici decisivi: 1) il fenomeno delle enclosures e il conseguente movimento di masse umane verso le città e i borghi; 2) lo spostamento di capitali avvenuto durante la glorious revolution (1648 – 1688); 3) il dominio coloniale e i colossali proventi derivanti dal commercio e dallo sfruttamento degli schiavi.

Per tutta questa fase plurisecolare, la popolazione rurale, espropriata con la forza, viene spinta, con leggi fra il grottesco e il terroristico, a sottomettersi a forza di frusta, di marchio a fuoco, a quella disciplina che è necessaria al sistema di lavoro salariato. La rivoluzione agricola si ripercuote sull’industria e crea un mercato interno per il capitale industriale. Un incastro provvidenziale!

E poi le colonie. Il tesoro catturato fuori d’Europa direttamente con il saccheggio, l’asservimento, la rapina e l’assassinio rifluisce in madre patria e si trasforma in capitale. Infine Marx tratta dei metodi per aiutare il capitale utilizzando il denaro di tutti, la degenerazione morale delle classi dominanti. Le nazioni, denuncia Marx, compiono cinicamente ogni infamia che possa rappresentare un mezzo per accumulare capitale. L’”arcano” dell’accumulazione originaria è svelato, il peccato originale che presiede la nascita del capitalismo, “questa opera d’arte della storia moderna”, è individuato. Si tratta semplicemente di rapina. “Marx è superato!”, scrivono da 150 anni i suoi critici. Ma la storia se ne frega dei critici e continua a dare conferme delle teorie del filosofo tedesco.

 

Roberto Tumminelli